Alert archivio: pubblicato originariamente nel 2014
Provocazione a parte, sulle prime la questione è davvero banale: com’è possibile che così tante persone abbiano in simpatia, o addirittura dichiarino di amare, animali come cani o gatti e contemporaneamente si nutrano di maiali, mucche e altri animali di cui accettano l’uccisione senza batter ciglio? Alla base di questa contraddizione, in apparenza persino ingenua, possiamo scorgere quella struttura culturale costruita a difesa della civiltà, ma allo stesso tempo le possibili crepe in grado di minarne le fondamenta.
Procedendo con ordine, le ragioni addotte sono le più disparate, sorvolando su quelle insostenibili e/o arbitrarie, cercherò di confrontarmi con la posizione razionalmente o quantomeno umanamente più accettabile, riassumibile in due passaggi logici tra loro collegati:
a) L’uomo ha sempre mangiato animali, fa parte della sua natura.
b) Il cane e il gatto sono diversi dagli altri animali.
Partiamo ovviamente dal punto a:
Si e no.
Che l’uomo si sia sempre nutrito anche di proteine di origine animale, sebbene in alcuni periodi tale consumo sia stato molto limitato se non addirittura assente, pare ormai assodato. Ma si tratta di un fatto in larga parte storico e culturale, prima che nutrizionale in senso stretto. Senza ora addentrarci nel dibattito ancora vivo sull’alimentazione dell’uomo e dei suoi antenati, ci sono alcuni aspetti che presentano un certo grado di convidisione:
1) Il consumo di carne per i nostri antenati è stato a lungo un aspetto marginale, per converso la stragrande maggioranza degli alimenti consumati erano di origine vegetale (frutta, semi, varie piante…).
2) Le maggior parte delle proteine di origine animale derivavano da insetti oppure da carogne di animali uccisi da altri predatori, la caccia in grande stile era un evento saltuario e rischioso per l’uomo preistorico.
3) Uno spunto ulteriore viene dall’analisi degli altri primati con il quale l’uomo condivide oltre il 98% del patrimonio genetico. Scopriamo che il gorilla ha una dieta quasi esclusivamente vegetariana, integrata in piccolissima parte da insetti quali formiche e termiti, e che il consumo di carne nella dieta dello scimpanzè, il più carnivoro tra i nostri parenti, non supera il 3% del totale, consumo che peraltro, come intuito da Jane Goodall, oltre all’aspetto nutrizionale presenta già delle caratteristiche specifiche di natura rituale e sociale.
4) Altro aspetto di non poco conto, è ormai accertato come il consumo, e non semplicemente l’abuso (per non avere controindicazioni le dosi da rispettare sono davvero ridotte), di carne da parte dell’uomo comporta un maggior rischio di contrarre un cancro rispetto ad una dieta vegetariana o vegana. Il dato è costantemente ridefinito e rimesso in discussione anche sulla base di studi che per converso mettono sotto accusa la dieta vegetariana, ma ad ora l’evidenza statistica di ricerche pubblicate sulle principali riviste del settore (v. British Journal of Cancer e American Journal of Clinical Nutrition) suggerisce che nella grande maggioranza degli studi il campione vegetariano manifesta un tasso di insorgenza patologica costantemente inferiore rispetto alla controparte onnivora.
Ricapitolando: l’immaginario dell’uomo come innato predatore di grandi mammiferi è del tutto infondato, sulle prime è molto più probabile che l’uomo, quasi esclusivamente vegetariano, abbia al più approfittato delle carcasse altrui, non disdegnando insetti o piccole prede e limitando a casi eccezionali, peraltro già rappresentativi di un’evoluzione sociale ed economica in atto, la caccia grossa. Gli studi sulle abitudini attuali di primati a noi fisiologicamente molto simili ci supportano in questa interpretazione. Il consumo di carne inoltre, nonostante millenni di evoluzione in questo senso, continua a risultarci problematico dal momento che accresce il fattore di rischio tumorale e di altre patologie.
E’ possibile sulla base di quanto detto sostenere che l’uomo sia o fosse un animale esclusivamente vegetariano? No, ma dal mio punto di vista le domande da porre sono altre, ovvero:
1) Se l’alimentazione umana originaria, una volta depurata dal fattore storico e culturale, si muove all’interno dello spazio che brevemente ho tentato di ricostruire, qual è la dieta naturale tra quelle oggetto di contrapposizione? La dieta onnivora moderna che la stragrande maggioranza della popolazione adotta oppure quella che esclude completamente elementi di origine animale?
2) Laddove la tentazione fosse quella di ricercare una via di mezzo, in base a quali criteri vengono selezionate le specie commestibili, ovvero sacrificabili, e scartate quelle non commestibili? E qui passiamo al secondo momento logico, ovvero lo ripeto:
b) Il cane e/o il gatto sono diversi dagli altri animali.
Certamente, ma allo stesso modo i cani sono diversi dai gatti, gli uomini differiscono dai topi così come i maiali sono un’altra cosa ancora rispetto alle mucche. Ogni specie banalmente è diversa da un’altra, possiede le sue caratteristiche, peculiarità e certamente anche dei tratti in comune. Il problema rispetto a questo tipo di approccio, peraltro del tutto comprensibile, sta nel metro di giudizio, ovvero nella misura che si sceglie per valutare le altre specie, una misura quasi mai neutra rispetto alla natura e/o alla cultura umana (intesa come complesso di culture) di riferimento. In questo senso ciò che, per abitudine piuttosto che per specifiche caratteriali, ci permette di scorgere un briciolo di (presunta) umanità all’interno di questa o quella specie ce la rende automaticamente più vicina, aumenta l’empatia e complica l’infrazione etica nei suoi confronti, fino a rendere inimmaginabile l’idea dell’uccisione, a maggior ragione se a scopo alimentare. Abbiamo infatti imparato a riconoscere le grida di dolore di un cane, le sue espressioni di rabbia e quelle invece più giocose, mezza Italia si è indignata/mobilitata per la vicenda di Green Hill e il web pullula di storie commoventi aventi come protagonisti cani e gatti, arrivando persino al trasferimento di caratteristiche tipicamente umane su queste specie. Insomma nessuno che non sia un provocatore può oggi negare la complessità intellettiva e affettiva del mondo canino ad esempio, eppure l’etologia ci dice da tempo che un maiale, ad esempio, al confronto non ha nulla in meno in quanto a capacità intellettive e nell’interpretazione del mondo circostante, anzi, su alcuni punti sembra avere capacità anche superiori rispetto a quelle canine, per cui la logica, se non fosse per una certa scorza culturale stratificata nei secoli, imporrebbe di mangiare sia l’una che l’altra specie, oppure nessuna delle due. Questo approccio tuttavia implica un grado di considerazione etica direttamente proporzionale alle capacità accertate e accertabili di questa o quella specie, in sostanza una specie di classifica delle specie più/meno intelligenti (leggasi più o meno umane) in cui ad avere la peggio sarebbero gli ultimi piazzati, per cui pur essendo una prima risposta risulta ancora insoddisfacente. L’etologo e filosofo Roberto Marchesini ci insegna tra l’altro che non è possibile valutare specie diverse sulla base di parametri fissi di chiara derivazione umana, come ad esempio la presenza o il grado di articolazione di un linguaggio, la capacità intellettiva o la complessità della struttura sociale, in quanto ogni specie presenta caratteristiche particolari che rendono fallace oltre che arbitraria la ricerca di un criterio comune di valutazione. Di certo, con sfumature e gradazioni diverse, c’è il fatto che tutte le specie mirano alla propria sopravvivenza problematizzando l’ambiente di riferimento, sviluppando legami affettivi e relazioni sociali più o meno complesse, mostrandosi in grado di scegliere, provare dolore o piacere, aspetti banali questi per chiunque si sia mai relazionato con cani e gatti, ma che allo stesso tempo in pochi sono pronti a riconoscere in quelle specie che fattori storici e culturali hanno messo in secondo piano o relegato all’interno di ambiti specifici, che sia l’abisso dei mari, il buio delle foreste o il segreto del mattatoio. In questo senso, la grande presenza di cani o gatti all’interno della nostra società, se da un lato ha condotto ad un’esaltazione spesso acritica di tali specie, dall’altro può ancora essere la chiave di volta per smascherare l’inganno cartesiano dell’animale automa, fascio di nervi, animato solo da istinti e input esterni, e far saltare le forzature imposte dall’evoluzione umana, riconoscendo ed estendendo finalmente la piena dignità esistenziale a tutte le altre specie animali.
A questo punto, serrando le fila del discorso, è opinione di chi scrive ritenere che non esista un punto mediano accettabile tra le scelte alimentari analizzate, a meno che non ci si voglia lanciare in una complicata ricerca di natura etologica, biologica e filosofica per scoprire se esiste e dove si posizionerebbe un confine accettabile oltre il quale una specie perda qualsiasi tipo di rilevanza etica. Detto francamente la ricerca dell’insetto x da cui dovremmo/potremmo legittimamente trarre la minima percentuale n di carne mi appassiona ben poco, per cui lascio volentieri ad altri l’onere della prova continuando a ritenere molto più semplice ed eticamente sicuro adottare una dieta che escluda prodotti di origine animale, visto che possiamo essere vegetariani senza problemi, in considerazione peraltro della devastazione ambientale che altre scelte comportano (tema immenso che esula dal contesto di questo articolo), e dato che in passato siamo stati qualcosa di molto simile.