Alert archivio: pubblicato originariamente nel 2014
L’essere umano nel corso dei millenni si è costituito in quella che comunemente viene definita civiltà, che al netto delle diversità culturali e geografiche ha marcato una differenza sostanziale rispetto ad altri animali che a livello evolutivo hanno percorso strade differenti. Ora, la civiltà occidentale in particolare, ma non solo evidentemente, ha conosciuto uno sviluppo ed un’evoluzione che al di là delle valutazioni di merito ha fortemente e ciclicamente alienato ed allontanato l’elemento selvaggio dal proprio vivere comune. All’interno di questo processo ricorsivo, di natura culturale ed economica, l’antropizzazione della natura intesa come flora, fauna e risorse naturali, ha raggiunto una portata la cui entità banalmente è sotto gli occhi di tutti: l’uomo nei fatti si è reso padrone della natura, imponendo la sua fortissima impronta sul pianeta e sui percorsi evolutivi delle altre specie che lo abitano. In questo contesto si colloca la distruzione degli ecosistemi altrui, lo sterminio totale o parziale di determinate specie, in particolar modo di quelle pericolose e di tutte le altre comunque incompatibili con una vita umana articolata in paesi, città, autostrade, dighe, basi militari e via discorrendo.
In questo senso, l’area delle zone off-limits per le altre specie è cresciuta a dismisura fino ad occupare la quasi totalità del suolo terrestre abitabile, fatta eccezione per quei luoghi dove la umanità si è fermata alla vita in tribù o poco più in là. Per converso, specialmente a partire dal secolo scorso, si è fatta strada un’ottica protezionistica che ha portato al ripopolamento selettivo di alcune specie animali all’interno di parchi e/o aree più o meno protette e circoscritte. Sarebbe a dire, banalmente, che dopo aver distrutto e occupato l’habitat naturale altrui, l’uomo decide di ri-concedere ad alcune specie uno spazio ben delimitato, per favorire il ripopolamento o se non altro per impedirne l’estinzione: in questa logica si colloca la vicenda degli orsi in diverse zone d’Italia e d’Europa e da questa logica bisogna partire per analizzare e giudicare gli assassinii degli ultimi giorni. I fatti: un fungaiolo ed un contadino aggrediti da orsi all’interno di due zone protette, in Trentino e in Abruzzo. Nessuno sconfinamento dai perimetri delle rispettive aree, nessun ferito grave, nessuna intenzione omicida, addirittura nel caso abruzzese non ci sarebbe stato neanche un contatto fisico diretto ma uno svenimento da parte di un contadino alla visione dell’orso in posizione eretta sulla soglia del proprio ovile, mentre nel caso trentino, come già accertato da diversi etologi oltre che dal buonsenso, la reazione di Daniza, che volendo con poca fatica avrebbe fatto scempio del fungaiolo, si colloca all’interno di un comportamento di protezione parentale, avendo percepito nel suddetto una minaccia per la propria prole. Entrambe le storie si concludono con l’uccisione dei due orsi: in un caso la responsabilità dell’uomo nonchè delle istituzioni è accertata e oggetto di inchiesta, nell’altro la conferma di un avvelenamento allo stato attuale sembrerebbe essere solo una formalità. Nella diversità dei casi è importante sottolineare come sia l’intervento delle istituzioni, che si colloca formalmente all’interno di un quadro normativo e procedurale di riferimento, sia quello del presunto avvelenatore, in partenza al di fuori da qualsiasi contesto legale, presentano alla base la medesima giustificazione di fondo comunemente addotta in questi casi, peraltro assai frequenti. L’assunzione di fondo in sintesi è che nel momento (non meglio precisato) in cui l’animale si manifesti con caratteristiche pericolose verso l’uomo quest’ultimo sia autorizzato ad organizzarsi per intervenire ai danni del primo, che sia attraverso il fucile delle istituzioni piuttosto che con modalità palesementi illegali, ma in ogni caso forte dell’auto-legittimazione derivante da una supposta lotta per la sopravvivenza. In questa logica anche quando l’uccisione del soggetto non era l’obbiettivo finale dichiarato, dopo aver palesato il dispiacere e le scuse di rito, resta la convinzione sulla bontà di fondo dell’operato: insomma è un peccato, ma qualcosa bisognava fare.
Siamo esattamente al nocciolo della questione: se è vero che in natura storicamente, in mezzo a molto altro, troviamo anche violenza, competizione e lotta, possiamo noi, alla luce delle traiettorie della nostra civiltà di cui sopra e delle sue implicazioni sulle altre specie, valutare un conflitto tra uomo e orso all’interno di un’area protetta come un episodio di lotta per la sopravvivenza? Dopo aver così pesantemente stravolto l’ambiente circostante, sterminando o decimando le sue popolazioni autoctone al punto di ritenere di doverle confinare in uno spazio apposito, possiamo noi all’interno di questo spazio far valere ancora una volta le ragioni e gli interessi umani? Dopo aver stravinto la lotta per la sopravvivenza ci accaniamo sui pochi superstiti che sulla carta dichiariamo di voler salvare e ai quali diamo persino un nome, per il semplice fatto di restare loro stessi, non per un reale comportamento deviante, imprevedibile o incalcolabile. Dopo aver distrutto il loro ecosistema, dopo averli sterminati fisicamente dal medioevo in poi e infine ri-popolati in riserve dal secolo scorso, riprendiamo ad uccidere gli orsi semplicemente perchè si comportano da orsi.
Ma cosa dire sugli interessi degli umani che vivono in quelle zone? Innanzitutto ben conoscendo una di quelle aree, il tema dell’interesse degli umani locali è spesso frainteso o esasperato all’interno della cornice antropocentrica complessiva. Oggi sembrerà strano, ma la maggior parte della popolazione interessata dal fenomeno non solo è a favore della presenza dell’orso, ma la reputa quasi un vanto, una preziosa reliquia da conservare e proteggere. La parte che contrasta attivamente tale presenza è senza dubbio minoritaria, benchè sia in grado di bucare meglio mediaticamente rispetto ad una moltitudine silenziosamente rispettosa di una ricchezza faunistica inestimabile. Premesso ciò, è senz’altro vero che possono crearsi situazioni di conflitto, come pure ce ne sono state e ci saranno in futuro, rispetto ad un mammifero che pur essendo tendenzialmente schivo possiede caratteristiche fisiche potenzialmente letali in caso di conflitto, dico potenzialmente perchè non mi risulta nessun caso di omicidio da parte di orsi marsicani e in generale orsi bruni, almeno in Italia, mentre al contrario il numero degli orsi è in costante calo per avvelenamenti e uccisioni, al punto che la scarsa diversità genetica è alla base di una serie di patologie insorte nella popolazione delle riserve negli ultimi anni. Tuttavia, se il problema esiste come può esistere, non è possibile pensare ad una via d’uscita diversa da quella della prevenzione, dell’informazione ed eventualmente del congruo risarcimento in caso di danni. Si potrà discutere sulla bontà dei luoghi oggetto di ripopolamento, sull’entità delle risorse messe in campo e delle strutture di supporto attivate, ma si tratta di aspetti di cui solo lo Stato, contraddittoria espressione a un tempo del dominio umano sul territorio e contemporaneamente artefice del tentativo di mettere in salvo determinate specie, può ritenersi direttamente responsabile. Sostenere l’altra tesi possibile, ovvero colpevolizzare degli orsi uccisi per essere rimasti all’interno dell’area per essi prevista, magari intervenuti a difesa della prole, nel caso specifico peraltro condannata ad un inverno durissimo, senza aver mai manifestato alcuna violenza eccessiva o atteggiamento etologicamente deviante o di minaccia attiva verso la popolazione umana, è solo l’ultimo passo di questo enorme suicidio logico, oltre che etico.